Quest’articolo, che sarà pubblicato in quattro parti di cui questa è la seconda, è la sintesi di una più ampia ricerca di M. Rachele Fichera.
Sulla Rassegna storica del Risorgimento, fasc. I – 2017, è stato pubblicato il saggio della stessa autrice “Alessandro Pavia e il suo Album”, dove sono riportati in note i riferimenti documentari e bibliografici, ma nessuna immagine per norma della rivista. Chi non è socio dell’Istituto Centrale del Risorgimento, Roma, che la pubblica, può richiedere il volume all’Istituto, all’indirizzo e.mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
L’estratto del saggio può essere richiesto all’autrice attraverso www.gri.it.

Alessandro Pavia, l’uomo che volle farsi fotografo. Parte 2 di 4.
Parte 1 di 4
Parte 3 di 4 (di prossima pubblicazione)
Parte 4 di 4 (di prossima pubblicazione)

- PARTE SECONDA -

Lo studio di piazza Valoria, il più noto ai conoscitori dell’opera di Alessandro Pavia e il più ricorrente sui versi delle sue stampe, è all’ultimo piano di una palazzina elegante vicinissima al duomo di San Lorenzo e, come tutte le mansarde genovesi, ha un terrazzino. È rivolto a nord, cioè perfetto per la realizzazione di una veranda fotografica. Per anni i setting che Alessandro vi allestisce vedranno la medesima tenda, ma sarà arricchito con poltroncine, tavolinetti, tappeti, vasi e piccole sculture, balconate e una serie di colonnine che aiutano i soggetti in piedi a mantenere l’immobilità; tutti oggetti caratteristici delle sue pose. La caratteristica sedia con il bracciolo imbottito ricorrerà in moltissimi ritratti a mezzobusto dei garibaldini. Nelle sue cartes de visite sono invece rari gli sfondi dipinti, forse perché sono oggetti costosi, limitati a pose dei primi anni: anche se l’esiguità degli esempi non permette una statistica, la loro presenza potrebbe indicare che all’apertura del nuovo studio Alessandro sia carico d’aspettativa e ottimista per il caso di Enrico. Successivamente, prevarranno pareti in boiserie, tappeti e parquets e, in qualche stampa, tali dettagli sembrano ottenuti con negativi dipinti e una doppia esposizione, un metodo che richiede perizia ma fa risparmiare.

Genova, la palazzina di Piazza Valoria 4. Si notano sul fondo gli edifici che contornano l’area della piazza principale, di cui questo affaccio è un prolungamento: pochi anni dopo l’arrivo di A. Pavia, questa parte ha preso il nome attuale di Piazza Veneroso. L’atelier si trovava nella mansarda, di cui si intravede il parapetto, e il fotografo indicò sempre, sui suoi versi, l’indirizzo più noto di Piazza Valoria.

Genova, la palazzina di Piazza Valoria 4. Si notano sul fondo gli edifici che contornano l’area della piazza principale, di cui questo affaccio è un prolungamento: pochi anni dopo l’arrivo di A. Pavia, questa parte ha preso il nome attuale di Piazza Veneroso. L’atelier si trovava nella mansarda, di cui si intravede il parapetto, e il fotografo indicò sempre, sui suoi versi, l’indirizzo più noto di Piazza Valoria.

L’aspetto di Alessandro, che siamo abituati a riconoscere nel suo autoritratto più noto del 1870, in questo momento è giovanile: non ha ancora la caratteristica barba ma conserva il kaiserbart di tradizione austroungarica e da sotto un cappello floscio lascia spuntare capelli a riccioli che ricadono sul collo, è magro e si atteggia in modo sbarazzino. Così ce lo presenta il suo più antico autoritratto, fatto nel nuovo studio con un fotomontaggio che doppia la sua figura: accende un sigaro appoggiandolo a quello del suo gemello di fronte; collocando questa foto successivamente all’unica di Santo Sepolcro, notiamo che riporta sul verso il nuovo indirizzo e la dicitura identica in orizzontale, composizione tipografica che presto abbandonerà: “Alessandro Pavia fotografo, eseguisce ritratti gruppi di famiglia cartelle da visita vedute e riproduzioni da qualunque oggetto. Da (sic) lezioni e vende apparati fotografici a prezzi convenientissimi. Piazza Valoria di fianco alla Chiesa di S. Lorenzo. Genova”.

Il verso della cdv più antica realizzata nello studio di Piazza Valoria, al momento conosciuta.

Il verso della cdv più antica realizzata nello studio di Piazza Valoria, al momento conosciuta.

È difficile fotografare tutti i Mille in studio, anche quando arrivano numerosi in occasione degli anniversari e Alessandro comincia la ricerca a distanza e deve tenere un registro. In esso, gli appunti di mani diverse elencano con molte lacune foto fatte dal '63. Vi si legge se il ritratto è stato “fatto dal Pavia” o avuto, in negativa o positiva da riprodurre, da un altro fotografo o da privati, e riportano le cifre pagate, tra le tre e le dodici lire. Dall’inizio del progetto, per realizzare un prototipo da moltiplicare in diversi esemplari e per stampare i ritratti in molte copie da vendere anche singolarmente, Alessandro deve quindi conservare i negativi, con un aggravio dei costi, e costituisce un ponderoso archivio. Non è difficile constatare un miglioramento della qualità delle sue stampe nel tempo, oltre ad un setting più curato per i ritratti di genere. Infatti, contrariamente a quanto la sua storia ha finora lasciato credere, il fotografo esegue ritratti convenzionali con impegno, nè potrebbe fare altrimenti per mantenere lo studio e investire nel costoso progetto dell’Album che, per gli anni che trascorrono nella ricerca di tutti i Mille, rimane a suo solo carico.

Nel mio saggio, descrivo diversi esempi dei ritratti di questi anni e faccio una rassegna di alcuni versi con la loro cronologia. Qui, per ragioni di diritti, riproduco le cdv che al momento si possono pubblicare e le commento in ordine cronologico, stabilito in base alle caratteristiche dei versi.

Alessandro Pavia, Ragazza con gonna a quadri, cdv 1864-1866 c. Collezione M.R. Fichera. L’arredo presenta una tenda e un lambrì che ricorrono nelle foto a figura intera dello studio genovese, mentre le colonnine variano spesso.
Alessandro Pavia, Ragazza con gonna a quadri, cdv 1864-1866 c. Collezione M.R. Fichera.
L’arredo presenta una tenda e un lambrì che ricorrono nelle foto a figura intera dello studio genovese, mentre le colonnine variano spesso.

In questo momento della fotografia genovese, Alessandro Pavia si confronta con Giulio Rossi, concittadino, coetaneo e compagno delle Cinque Giornate, abbastanza per non escludere che un progetto dei fratelli Pavia potesse includerlo o che, non avendo saputo reggere il confronto nel tempo, il grande successo di Rossi, testimoniato dalla numerosa produzione che ci è giunta di lui, sia una delle cause dell’insuccesso di Alessandro. Comunque, le opere di Giulio Rossi rimangono di qualità molto superiore.

Lungo questo percorso professionale, l’aggiornamento tecnico gioca un ruolo importante, sia nell’ottimizzazione della lavorazione e del suo costo, sia nel modo di porgersi alla clientela, che nel caso di Alessandro rimane popolare o circoscritta all’ambiente repubblicano, rifuggito dalla buona società. A questa, fotografi come Giulio Rossi, sempre più numerosi, offrono servigi sofisticati in eleganti atelier. Per la resa delle stampe si adottano metodi nuovi, a volte autonomi a volte brevettati, come quello di Leandro Crozat, di cui Alessandro compra la privativa nel 1866. è un metodo banale, con l’uso di mascherine per esposizioni in successione che fanno risaltare i bianchi in rapporto all’incarnato, conferendo maggiore naturalezza, e che la gran parte dei fotografi utilizza senza pagare: Alessandro conferma così la sua rigorosa, inopportuna correttezza. La privativa è indicata sul verso delle foto con lo stemma del Regno d’Italia, dove è registrata, e poco dopo anche quelli di Inghilterra e Spagna, come si trovano dietro la foto che segue.

Alessandro Pavia, Signora in abito scuro e chiave (?) in mano, cdv 1866-1870 c. Sul verso, i tre stemmi indicanti la privativa Crozat acquistata per Italia, Spagna e Inghilterra. Collezione M.R. Fichera.  Alessandro Pavia, Signora in abito scuro e chiave (?) in mano, cdv 1866-1870 c. Sul verso, i tre stemmi indicanti la privativa Crozat acquistata per Italia, Spagna e Inghilterra. Collezione M.R. Fichera.

 Alessandro Pavia, Signora in abito scuro e chiave (?) in mano, cdv 1866-1870 c. Sul verso, i tre stemmi indicanti la privativa Crozat acquistata per Italia, Spagna e Inghilterra. Collezione M.R. Fichera.

La stessa sorte avrà il più ingegnoso “metodo Disderi”, ormai di fatto patrimonio di tutti.

In quanto alla professione che esercita, secondo quanto appare sui versi, Alessandro vende “apparati fotografici”, o meglio ne costruisce con pezzi d'importazione e sicuramente prepara personalmente i prodotti chimici; non dobbiamo dimenticare, in proposito, la sua origine e formazione familiare. L’affermazione di Becchetti riportata prima, invece, deriva probabilmente da due lettere alla rivista La Camera Oscura, in cui Alessandro prova a valorizzare, senza acquistare uno spazio pubblicitario, un suo “bagno d’argento economico”, un escamotage che gli vale una risposta sprezzante del direttore Ottavio Baratti.

Insomma il Nostro fa di tutto per guadagnare e risparmiare. Stampa ritratti di personaggi popolari e di Garibaldi che, come Menotti gli scrive nel gennaio del '64, il padre firma per fargliele vendere meglio. Si rivolge a Bertani, che come medico cura il Generale, e cerca di coinvolgerlo nel progetto che intanto, a partire del 1864, ha pensato di tradurre in abbonamento, con quote d’iscrizione. Ma da lui e da diversi altri riceve cortesi rifiuti o poche lire senza impegno. Pochi di questi carteggi sono conservati all’Archivio di Stato di Cremona, vedremo perché, e il più antico che fissi la richiesta d’una foto per l’Album è una lettera di Carlo Guida del febbraio 1863. Grazie all’Unità, ovunque in Italia circolano fotografi ambulanti con baracchini e con carrozzoni, si aprono nuovi studi che fanno prezzi concorrenziali, anche perché si riproducono senza regole stampe d’ogni provenienza. Alessandro, che paga onestamente negativi e positivi non suoi, sopporta un onere notevole; dei Mille accetta anche ritratti pittorici e fatti sul letto di morte, financo la foto di una maschera funebre. Ma non demorde e diventa per la città un personaggio forse grottesco, come appare nelle parole di Resasco che lo descrive con un “gran barbone nero, l'aria battagliera” e con parole che vorrebbero essere affettuose: “Vedendo gli amici per via, o di sera al caffè, la sua notizia saliente era sempre: oggi ho fotografati due dei Mille, ovverosia tre, quattro”. Si muove anche tra i massoni, come dimostra un suo autoritratto con squadra e compasso in mano. Conduce una spasmodica promozione cercando contatti influenti tra i sostenitori di Garibaldi, nonostante l'Aspromonte che segna una divergenza tra i patrioti: una divergenza che si riflette nel nuovo parlamento con una prevalenza dei conservatori, fra cui diversi vecchi garibaldini. Alessandro si mette dalla parte sbagliata, frequenta soggetti che complottano per prendere Roma e vi contribuisce economicamente, come s’intuisce da un suo contatto con frate Pantaleo, strano garibaldino siciliano che si occupa della raccolta a favore delle vedove dei caduti, mentre in parlamento si discute, e si discuterà per molti anni, su come definire i Mille, se combattenti o briganti.

Alessandro Pavia, Giovane uomo con tuba e canna, cdv 1870-1871 c. Dedica sul verso, a matita: G. Luigi di Domenico all'impareggiabile famiglia Pettinati in segno di stima ed amicizia questo pegno offre. Collezione M.R. Fichera. L’arredo è ora più pomposo e il lambrì dietro la figura ha elementi con una evidente prospettiva pittorica.
Alessandro Pavia, Giovane uomo con tuba e canna, cdv 1870-1871 c. Dedica sul verso, a matita: “G. Luigi di Domenico all'impareggiabile famiglia Pettinati in segno di stima ed amicizia questo pegno offre”. Collezione M.R. Fichera. L’arredo è ora più pomposo e il lambrì dietro la figura ha elementi con una evidente prospettiva pittorica.

In questa parte biografica del mio saggio, riproduco cartes de visite che testimoniano del lavoro da ritrattista di Alessandro, del tutto sconosciuto e difficile da reperire. Il fotografo lo pratica mentre prosegue tenacemente la caccia ai garibaldini: ha già quarantatré anni quando, raccolte poco più di 800 foto, completa due sontuosi esemplari dell’Album e fa stampare un “Indice dei Mille”, secondo la sua ricognizione. Foto tratte dai suoi Album ne circolano tante e riservo alcuni esempi di particolare interesse alle due parti dedicate alla storia degli Album.

 Nel 1867, Alessandro chiede un'udienza a corte, a Firenze capitale per un breve periodo, e in marzo porta lì un esemplare in dono a Vittorio Emanuele, ma deve lasciarlo senza essere ricevuto, ottenendo una lettera di ringraziamento con il “Sovrano gradimento” e una spilla d'oro con la cifra reale in diamanti. L’intento è quello di portare a Garibaldi l’opera a lui dedicata, ma non poteva esimersi dal donare la prima copia al re, quindi, eseguita l’onerosa incombenza, si precipita dove sa di trovare il suo idolo, che gli ha dato un appuntamento nella villa del marchese Giorgio Pallavicino Trivulzio a San Fiorano. L'incontro con la consegna dell’esemplare avviene il 12 aprile 1867.

L’Album non è completo, ma Garibaldi sta per festeggiare i sessant’anni, è circondato dai suoi fedelissimi e da molti simpatizzanti e, soprattutto, non è un mistero che lì si sta preparando un’altra spedizione per prendere Roma. Un mese dopo l’incontro di San Fiorano, Giovanni Basso, segretario del Generale, scrive ad Alessandro Pavia a Genova per riferire che ha trasmesso un suo messaggio a frate Pantaleo. Non sappiamo cosa Pavia abbia mandato a dire al frate, ma potrebbe riguardare il ricavato della vendita della “mano di Garibaldi”, foto che Alessandro ha fatto a San Fiorano destinando il ricavato delle vendite alle famiglie dei garibaldini caduti.

La spedizione per Roma fallirà, con la disfatta di Mentana. Poco prima, il 25 agosto 1867, Enrico Pavia evade dal carcere di Malta e fa perdere le proprie tracce. Dalla sua scheda si evince che non sarà mai più catturato. Pensoche Alessandro abbia pagato, con contributi come il sostegno alle vedove, per mettere Enrico nella lista dei volontari e farlo liberare da agenti operanti a Malta. E' indicativa la sua evasione in coppia con un pregiudicato omicida, appartenente a una nota famiglia di fuorilegge dell'isola: anche questa compagnia nella fuga un prezzo da pagare. Enrico potrebbe aver preso parte alle battaglie per Roma e per questo essere riuscito a confondersi per qualche tempo con i reduci e riapparire a Genova come se nulla fosse: è infatti registrato in casa di Alessandro l’anno dopo come “fotografo e interprete d’inglese”.

Alessandro Pavia, Giuseppina Bianchi Bay, seduta. cdv 1870 c. Sul recto, in basso, una nota a penna: Bianchi - Bay Sig.ra Giuseppina, operata nell’occhio destro per cataratta nel nuovo metodo Graefe il giorno 27 agosto 1870. Collezione M. R. Fichera. Si tratta della madre di Luigi Bay, noto per essere stato tra i più giovani dei Mille, arruolato a 15 anni, dopo essersi unito a Garibaldi nei cacciatori delle Alpi a 14 anni. La foto può essere stata scattata indipendentemente dall’occasione ricordata e quindi anche prima del 1870, ma il verso con la dicitura “Alessandro Pavia di Milano” in una diversa composizione tipografica avvalora la datazione. Il metodo von Graefe citato è noto nella storia della chirurgia oculistica ed è entrato in uso nel 1864.

Alessandro Pavia, Giuseppina Bianchi Bay, seduta. cdv 1870 c. Sul recto, in basso, una nota a penna: “Bianchi - Bay Sig.ra Giuseppina, operata nell’occhio destro per cataratta nel nuovo metodo Graefe il giorno 27 agosto 1870”. Collezione M. R. Fichera.

Si tratta della madre di Luigi Bay, noto per essere stato tra i più giovani dei Mille, arruolato a 15 anni, dopo essersi unito a Garibaldi nei cacciatori delle Alpi a 14 anni. La foto può essere stata scattata indipendentemente dall’occasione ricordata e quindi anche prima del 1870, ma il verso con la dicitura “Alessandro Pavia di Milano” in una diversa composizione tipografica avvalora la datazione. Il metodo von Graefe citato è noto nella storia della chirurgia oculistica ed è entrato in uso nel 1864.

Alessandro Pavia, Ufficiale del Regio Esercito a mezzobusto (Luigi Bay?), cdv 1870 c. Collezione M.R. Fichera. Il verso, identico a quello della foto precedente, mi ha suggerito di confrontare il soggetto con i ritratti fatti da Alessandro Pavia a Luigi Bay e inseriti negli Album, che mostrano una notevole somiglianza con questo soggetto, soprattutto quella dell’Album di Garibaldi. Un’ulteriore verifica con immagini dello stesso da anziano, le poche oggi in circolazione, mostrano lo stesso taglio di baffi che in quelle più giovanili non portava. Luigi Bay nel 1870 dovrebbe avere 25 anni ed effettivamente l’aspetto del personaggio è compatibile con quest’età. Se è lui e se la foto del figlio e quella della madre sono state realizzate nella stessa occasione, la data risulterebbe ben circoscritta.

Alessandro Pavia, Ufficiale del Regio Esercito a mezzobusto (Luigi Bay?), cdv 1870 c. Collezione M.R. Fichera.
Il verso, identico a quello della foto precedente, mi ha suggerito di confrontare il soggetto con i ritratti fatti da Alessandro Pavia a Luigi Bay e inseriti negli Album, che mostrano una notevole somiglianza con questo soggetto, soprattutto quella dell’Album di Garibaldi. Un’ulteriore verifica con immagini dello stesso da anziano, le poche oggi in circolazione, mostrano lo stesso taglio di baffi che in quelle più giovanili non portava.

Luigi Bay nel 1870 dovrebbe avere 25 anni ed effettivamente l’aspetto del personaggio è compatibile con quest’età. Se è lui e se la foto del figlio e quella della madre sono state realizzate nella stessa occasione, la data risulterebbe ben circoscritta.

Nel 1870 cadrà il decimo anniversario della Spedizione e Alessandro spera in buone vendite per l’occasione, tanto più che è aiutato dal fratello Enrico, certamente un buon fotografo, a giudicare dal salto di qualità che i pochi ritratti rimasti mostrano in questi anni. Scrive a Mazzini a Londra per chiedergli di promuovere l’Album tra gli italiani, ma il segretario Campanella risponde con una lettera scoraggiante, che si conclude con l’affermazione che gli inglesi sono “ormai stanchi di questa cosa, avendone molti italiani abusato”.  Nel '69 Alessandro propone l'acquisto dell'Album ai Comuni italiani e Garibaldi lo appoggia, senza però incoraggiarlo. Alla vigilia del decennale dei Mille esegue l'autoritratto più noto, che porta la data del 1 marzo 1870 e che da quel momento inserisce negli esemplari dell’Album.

Tra i festeggiamenti più solenni del decennale è la commemorazione a Palermo. Una copia delle circolari manoscritte che Alessandro ha mandato ai sindaci italiani si trova nell’Archivio Storico di questo Comune, tra le carte del sindaco Emanuele Peranni e della sua giunta, con i verbali di Consiglio che riguardano l’acquisto di due Album. È un documento importante e illuminante: la lettera di Alessandro, che trasuda patriottismo ed entusiasmo, è candida e poco chiara nelle condizioni, tanto da ingenerare un malinteso che diventerà oggetto di contestazione all’interno del Governo cittadino. Il prezzo di 550 lire, comprende le 50 lire destinate a Garibaldi per le iniziative patriottiche, ma il testo è ambiguo: il fotografo afferma che sarà gratis per il Comune, ma a condizione che l’importo provenga da una colletta, che lo stesso Comune dovrebbe promuovere e raccogliere tra garibaldini e simpatizzanti. Peranni, invece, legge che l’Album è “in dono” e cade dalle nuvole quando il fotografo gli presenta subito il conto; in Giunta, ottiene faticosamente l’approvazione dell’acquisto, ma tra lui e il fotografo cala il gelo. Le cento circolari a cento comuni non devono avere sortito un effetto meno devastante per l’immagine di Alessandro.

Nel 1870, poco prima del decennale, Enrico parte per l'Argentina con un passaporto rilasciato il 9 marzo, poco dopo la data dell’autoritratto di Alessandro: non se ne conosce la ragione, forse coatto in quanto indesiderato o semplicemente ha preferito il vecchio progetto. In settembre è finalmente presa Roma, un evento che balza in primo piano. Nonostante Alessandro sia rimasto solo, continua la promozione dell’Album al prezzo di 550 lire, caro per la maggior parte degli italiani, ma promette un “prezzo mite” per l'Album con “non meno di 800 ritratti”. Un giovane marinaio di Sestri, Giambattista Adami, va a convivere con lui, forse come assistente: sono registrati insieme in Piazza Veneroso 4, la nuova denominazione di una parte di piazza Valoria, sempre indicata nei versi delle foto. In questo documento è riportato un anno di nascita di Alessandro errato, che fa pensare che Adami fosse lì da solo a rispondere al censimento: infatti, Alessandro ha lasciato Genova con un passaporto rilasciato nel settembre del 1871, tra le cui righe troviamo la sua statura: un metro e sessantotto. Nel 1872, è registrato sul transatlantico Wyoming, diretto da Liverpool a New York dove, come annotato nell’Album Modello, esegue un ritratto di Giuseppe Bruzzesi, “fato (sic) dal Pavia nel 1872 in Neujorche (sic)…”. Alessandro ha ceduto lo studio genovese al fotografo fiorentino Francesco Ciappei, a quell'indirizzo nelle guide del '73, come se non prevedesse di tornare. Forse è andato a raggiungere Enrico, di cui non si sa più niente dalla partenza ma che potrebbe essere passato negli Stati Uniti, ma torna dopo un anno soltanto.

Lo ritroviamo a Milano, come scrive in una lettera a Timoteo Riboli, a cui dà il suo nuovo indirizzo, Corso Garibaldi 86. Riboli gli ha commissionato un'altra copia dell'Album per conto di Garibaldi, che con il suo aiuto sta per pubblicare I Mille, in cui vorrebbe le riproduzioni dei ritratti. L’occasione è importante, tanto da indurre il fotografo a fornirlo al “prezzo di costo” di 380 lire. Alessandro è fin troppo corretto, possiamo credere che quella sia effettivamente la cifra che il volume gli costa e constatare che il guadagno netto di 120 lire è veramente poco. Per difficoltà non solo economiche il libro esce senza illustrazioni, ma nell’introduzione il Generale tributa al fotografo questo ricordo: “L'Album dei Mille coi loro ritratti, pubblicato da Alessandro Pavia e che raccomando all'Italia, suplirà (sic) alla mia debole memoria per ricordare tutti i componenti della gloriosa schiera”.

A Milano, Alessandro si sposta tra diversi indirizzi: a casa della sorella Claudina, da Antonia dopo la morte di Claudina e in vari studi. I suoi recapiti principali, corrispondenti solo in questi due casi a studi riportati in rare foto, sono per primo quello di via Corso Garibaldi, dove nel 1880 si insedierà Carlo Lose, e quello di Corso di Porta Romana 129, dove vivrà per diversi anni con la sorella Antonia e i nipoti. Continua a promuovere l’abbonamento all’Album e scatta pochi ritratti, anche per l'aggravarsi di disturbi.

Nel trentennale delle Cinque Giornate un gruppo di milanesi va a Caprera per San Giuseppe e porta a Garibaldi un Albo commemorativo, mentre il Gazzettino Rosa pubblica un Albo a puntate, intitolato I Mille di Marsala, con i ritratti riprodotti al tratto e ricavati dalle foto. I fogli, a due lire e mezza per uscita, costano pochissimo. Per lui deve essere un duro colpo. Decide allora di andare a Caprera, come risulta da un carteggio con il segretario del Generale. Ma poi non andrà: Francesca Armosino, seconda moglie di Garibaldi, scrive ad Antonia poco dopo, mandando un autografo del Generale, per l’avvio di una sottoscrizione a sostegno “dell'egregio patriota”, e venti lire in dono.

Alessandro torna a proporre ai Comuni una sottoscrizione nazionale per l’Album ma, come gli scrive Aurelio Saffi, la sua è una delle troppe. Si definisce sempre “fotografo dei Mille”, dà “lezioni di fotografia a prezzi bassi” e spera nel ventennale. Ha probabilmente reumatismi o artrite, come la sorella spiega in una lettera, che gli provocano dolori invalidanti che gli impediscono di lavorare; la moglie di Garibaldi lo aiuta ancora con una somma per pagare l’affitto. Mantiene comunque le sue relazioni, anche con i colleghi e si offre di fare un ritratto a Garibaldi quando verrà a Milano per inaugurare il monumento ai caduti di Mentana; ma Menotti declina perché il Generale è sofferente. Dopo la morte di Garibaldi nel 1882, il mondo garibaldino s'avvia al tramonto. Sull'Album modello, che tiene come menabò e registro, Alessandro ha segnato la notizia di ogni morte, con i necrologi ritagliati dai giornali; vi si trovano anche ritagli riguardanti casi pietosi di vedove e figli di quei combattenti.

Dopo dieci anni vissuti a Milano, infine Alessandro torna a Genova al principio dell'83, come si evince da una lettera del medico Giovan Battista Prandina, che gli scrive che andrà a trovarlo per l’inaugurazione del monumento a Mazzini. Il suo ritorno nella città ligure è motivato in un unico documento, il solito necrologio dove si legge che è “tra i più attivi capisquadra nel soccorrere i miseri colpiti” dal colera, ma certamente vi è tornato da circa un anno, ancora senza una spiegazione documentata. Lo seguono l'Album modello e il baule carico di lastre. Apre uno studio al primo piano di via Porta Pila 21, o via Consolazione, in un quartiere popolare di palazzetti e magazzini intorno alla porta che si apre in direzione di Quarto: sembra che aspetti che i suoi garibaldini passino, nei cortei sempre più sparuti degli anniversari. Nella maggior parte delle stampe rimaste di questi anni, sul verso usa a volte un semplice timbro e in qualche caso si definisce “negoziante e fotografo”. Almeno fino al 1887 continua nel suo lavoro con “diritto di privativa sul doppio fondo e raccolta dell'Album dei Mille” e, come indicato in alcune locandine, con il “metodo americano”. In questo metodo, i prodotti chimici sviluppano vapori tossici ed è plausibile che, oltre a malattie contratte al freddo delle mansarde, Alessandro risenta di conseguenze da questo genere di esposizione, sin dall’inizio dell’attività. In via Pila, esegue “ritratti e gruppi di famiglia di qualunque dimenzione (sic), riproduzione d'oggetti d'Arte per scultori e modellatori” e nel suo studio “si fanno Album, campionari d'ogni sorta d'arti e mestieri – si dà lezione”.​

Alessandro Pavia, Ritratto di militare con spada, cdv 1884-1887 c. Sul verso, il fotografo si dice 'premiato più volte' e indica l’indirizzo dello studio di via Porta Pila 'vicino al parrucchiere'. È lo studio che ha aperto a Genova dopo il suo ritorno da Milano. Sempre sul verso, è segnato a matita il nome del soggetto, Domenico Dursi (?), e un indirizzo che sembra degli Stati Uniti.

Alessandro Pavia, Ritratto di militare con spada, cdv 1884-1887 c. Sul verso, il fotografo si dice “premiato più volte” e indica l’indirizzo dello studio di via Porta Pila “vicino al parrucchiere”. È lo studio che ha aperto a Genova dopo il suo ritorno da Milano. Sempre sul verso, è segnato a matita il nome del soggetto, Domenico Dursi (?), e un indirizzo che sembra degli Stati Uniti.

Nel 1885, il 7 giugno il Comune di Milano conferisce ai reduci delle Cinque Giornate una medaglia commemorativa nel corso di una manifestazione. Giovanni, il fratello di Alessandro maestro di musica, dirige la banda dei martinitt e la conduce in parata. Penso che Alessandro non sia presente, perché la medaglia gli sarà conferita diversi mesi dopo. Una medaglia gli è utile per essere ricordato, per sperare in un sussidio ma lui lavora tenacemente e nell'estate del 1887 partecipa alla prima Esposizione Italiana di Fotografia a Firenze con un esemplare dell’Album, ottenendo il Diploma di Menzione Onorevole. Eppure, sebbene produca in questo periodo almeno due Album, poco dopo le guide di Genova lo vedono passare dall'elenco dei fotografi a quello dei venditori di fotografie. E all'inizio del 1888 offre un bellissimo esemplare al Principe ereditario tedesco attraverso il Consolato, che ovviamente lo restituisce con una cortese e gelida lettera. Effettivamente, il barone Von Bamberg, un diplomatico che aveva lavorato in Sicilia, compra in quei giorni un Album dei Mille appartenuto a un imprecisato “medico di Garibaldi”, forse dalla vedova di Prandina, e un contatto con questo personaggio, che è stato Console di Germania a Messina negli anni sessanta e stima Garibaldi, può avere motivato quest’iniziativa sconsiderata.  

Il 2 settembre dello stesso 1889, pochi mesi prima del trentennale della spedizione dei Mille, Alessandro muore a Genova nella sua abitazione. Giovanni e Mansueto faranno pubblicare un necrologio sui giornali milanesi La Lombardia e La Perseveranza.

Lo studio del “fotografo dei Mille di Marsala” rimane registrato nelle guide fino al 1893 e successivamente vi risulterà il fotografo Molinelli. Mansueto, erede del fratello, raccoglie quanto rimane dello studio, il baule con le lastre, l'Album modello, i documenti e il bellissimo Album del Principe. Le spoglie di Alessandro invece, sepolte a Staglieno in un campo per poveri, dopo dieci anni e senza reclamo, vengono trasferite in ossario.

Come Garibaldi, Alessandro ha vissuto da anticlericale e questo è stato un ulteriore svantaggio sociale. Nei pochi documenti rimasti, non c'è traccia di devozione o interesse per personaggi religiosi se non quello di vendere foto di papi, ma una modesta lapide andrebbe posta nel Campo dei Mille del cimitero monumentale. Alcuni anni fa, con delibera del Comune di Roma del 2007, nell’area del Gianicolo consacrata al Risorgimento, su iniziativa del Comitato per la Promozione della Fotografia gli è stato intitolato un piccolo giardino.

Il giardino sul Gianicolo intitolato ad Alessandro Pavia
Il giardino sul Gianicolo intitolato ad Alessandro Pavia

 Alessandro Pavia ha assemblato molto meno del numero di Album che contava di vendere ai “Cento Comuni d’Italia” e non c’è una sua contabilità degli esemplari. Al momento, se ne conoscono una ventina, ma ne possono esistere altri in mano privata, gelosamente custoditi o ignorati. L’imprecisione è dovuta agli abbonamenti alle foto sciolte, che qualche abbonato faceva rilegare a propria cura, e ad Album originali smembrati in diverse circostanze. La terza e la quarta puntata di questa sintesi, se vi interesserà, faranno una ricognizione degli esemplari conosciuti e racconteranno le loro storie, qualcuna piuttosto intrigante.

In quanto al nostro eroe, egli definisce sé stesso molto bene e con sincerità, in un tratto della dedica a Giuseppe Garibaldi nell’esemplare dell’Album dei Mille di Marsala che gli ha donato: “…io non cercai in essa (opera, n.d.r.) gloria d’artista, ma volli fare opera da cittadino, che potesse, di giusto omaggio, riunire quei prodi, ed accetta al loro Duce, a cui intesi di consacrarla”. Per come la vediamo oggi, in un’epoca di esposizione mediatica, Garibaldi poteva, nell’immediatezza dell’impresa, assicurare il successo al fotografo e i Mille potevano moltiplicarlo per i loro simpatizzanti e per le ulteriori migliaia di garibaldini della seconda ora, celebrati dalle loro città ancora per diversi decenni. Il fotografo contava molto su questa circostanza, peraltro condizionato dal costo altissimo dell’oggetto, dovuto all’impegno tecnico ed editoriale. Eppure andò diversamente.

Non voglio qui commentare la qualità delle immagini, anche perché come avrete capito penso che Alessandro sia diventato fotografo per un gioco del destino; gli riconosco un serio lavoro da ritrattista, che doveva costituire la base per lo studio da condurre con Enrico, probabilmente più bravo di lui ma sfortunato e indesiderato in Italia. È stato un professionista, un artista nell’anima e un imprenditore maldestro anche se lombardo, ricordato come persona generosa sia nel soccorrere gli amici nelle epidemie sia regalando foto e, pare, anche denaro ai garibaldini indigenti che in qualche caso chiedevano di essere pagati per farsi fotografare. Il suo Album è una pietra miliare nella Storia della Fotografia perché è la prima raccolta dei volti di un intero esercito, per quanto piccolo, non dei soli graduati e titolari di cariche militari in pose solenni. È un’opera fondante di una svolta sociale: a parte l’intento affettivo di alcuni di mantenerne il ricordo, tutti possono conoscere l’aspetto di chi è andato a morire al comando di un condottiero, fuorilegge ma riconosciuto e onorato dalla Storia: una presenza che disturba nelle tranquille case borghesi e che in più richiede una nuova sensibilità per l’evidenza umana fissata dalla fotografia.

Ho sparso nel testo indizi che, messi insieme, fanno la diagnosi del fallimento del progetto imprenditoriale di Alessandro Pavia, dato che quello celebrativo è stato condotto da chiunque e ovunque con lo sfruttamento delle immagini dell’Album: l’assenza di una tutela di legge per l’immagine fotografica, la posizione secondaria dei fotografi in rapporto agli artisti tradizionali, la posizione politica di Alessandro dal ’48 al sostegno a Garibaldi fin oltre Mentana, mentre il Parlamento italiano se ne allontana e cresce l’ostilità dei conservatori e della società anche verso i reduci; l’ anticlericalismo dichiarato del fotografo, il gran lavoro e le spese profusi nella raccolta e nell’edizione che egli sottrae all’attività di ritrattista convenzionale; la concorrenza dei ritrattisti introdotti nella buona società, l’incapacità di Alessandro di predisporre un progetto a costi sostenibili e il conseguente guadagno insufficiente, l’alto prezzo del volume; l’ingenuità e l’uso maldestro che il Nostro fa della comunicazione promozionale, i versi delle foto con “Fotografo dei Mille” che dirottano la clientela benpensante, la pervicace fede repubblicana e le frequentazioni, il fratello sovversivo e ricercato, forse l’assenza di una moglie e certamente la sua predilezione per la gente comune, come ancora Resasco lo ricorda con parole insolite per quei tempi: “provvide a diffondere l'Arte nel popolo”.

- CONTINUA -

Alessandro Pavia, l’uomo che volle farsi fotografo. Parte 2 di 4.
Parte 1 di 4
Parte 3 di 4 (di prossima pubblicazione)
Parte 4 di 4 (di prossima pubblicazione)

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