Quest’articolo, che sarà pubblicato in quattro parti di cui questa è la prima, è la sintesi di una più ampia ricerca di M. Rachele Fichera.
Sulla Rassegna storica del Risorgimento, fasc. I – 2017, è stato pubblicato il saggio della stessa autrice “Alessandro Pavia e il suo Album”, dove sono riportati in note i riferimenti documentari e bibliografici, ma nessuna immagine per norma della rivista. Chi non è socio dell’Istituto Centrale del Risorgimento, Roma, che la pubblica, può richiedere il volume all’Istituto, all’indirizzo e.mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
L’estratto del saggio può essere richiesto all’autrice attraverso www.gri.it.

Alessandro Pavia, l’uomo che volle farsi fotografo. Parte 1 di 4.
Parte 2 di 4 (di prossima pubblicazione)
Parte 3 di 4 (di prossima pubblicazione)
Parte 4 di 4 (di prossima pubblicazione)

- PARTE PRIMA -

Alessandro Pavia, Autoritratto.

A.Pavia, Autoritratto. Il più noto: fotografia formato cabinet, datata 1 marzo 1870, collocata in apertura dell’esemplare dell’Album dei Mille di Marsala appartenuto a Timoteo Riboli e conservato al Museo Centrale del Risorgimento, Roma. MCRR ms. 827

Se paragonato alle opere e alle biografie dei fotografi italiani del periodo a cavallo dell’Unità d’Italia, il caso di Alessandro Pavia presenta un’anomalia: i ritratti che compongono il suo notissimo Album dei Mille circolano numerosi dall’apparizione del volume, con picchi nei decennali della spedizione in Sicilia e dell’Unità, ma il nome dell’autore non è quasi mai citato e riappare timidamente decenni più tardi del cinquantenario; si sono conservati rarissimi ritratti da lui eseguiti che non siano di garibaldini e questi ultimi sono i soli rappresentati quando si scrive di lui; le notizie della sua vita stanno in qualche decina di righe e sono in parte errate. Insomma, sebbene pochi dei moltissimi che tentarono l’avventura della nascente Fotografia siano rimasti nella Storia, solo nel suo caso la popolarità dell’opera principale e l’enorme diffusione di riproduzioni ricavate da essa contrastano con la pochezza delle informazioni. Almeno così appariva fino alla conclusione e pubblicazione della ricerca a cui ho dedicato diversi anni, incuriosita dal “Fotografo dei Mille”, come egli stesso si definiva sul verso delle sue stampe.

Di ciò è responsabile solo in parte la legislazione sul Diritto d’Autore, da cui la Fotografia fu ignorata fino al 1925, mentre la legge sul diritto d’immagine è stata promulgata solo nel 1941. Con tale restrizione infatti dovevano vedersela tutti coloro che tentavano questo mestiere, che non era definito come una professione a sé ma costituiva una nuova ed entusiasmante sperimentazione anche per gli artisti, unici e soli destinatari della stima e dei riconoscimenti che la società prodigava a pittori, scultori, architetti e decoratori. È superfluo distinguere in questa sede le mode e le correnti artistiche che favorirono gli artisti tradizionali, con l’esplodere dell’eclettismo, articolate e differenti nelle realtà locali e nelle identità nazionali emergenti. La buona società, aristocratici vecchi e nuovi e la borghesia, era molto decisa nell’esibizione del convenzionale, per affermare le nuove posizioni con rappresentazioni già codificate, e la gente comune come sempre imitava volentieri ciò che riconosceva, diffidente verso il nuovo anche nelle idee. La dagherrotipia, era l’evoluzione di principi ottici noti da secoli ma privi dell’invenzione che, nata con le molte altre eredi del Secolo dei Lumi, le avrebbe assicurato la riproducibilità. Ma quel ritratto perfetto e unico piaceva, vincente nel confronto con la nascente litografia praticata dagli artisti su fogli senza pregio.

La libertà d’invenzione e la diffusione popolare di multipli finalmente soddisfacenti, nemiche dell’accademismo che mirava invece a esaltare l’opera unica dell’Ingegno e il suo autore a costi riservati a pochi, sono compagne di viaggio delle idee politiche che irrompono sulla scena europea a partire dalla Rivoluzione Francese, almeno nelle aree di nostro interesse. Ed appare chiaro che non solo la strada intrapresa dai protofotografi era impervia tecnicamente, ma che essi dovevano espugnare un poderoso bastione sociale. Sappiamo che la magia della fotografia l’ebbe vinta e che la riproduzione divenne oggetto del desiderio anche di chi poco prima non se ne interessava, ma in questo passaggio epocale si decise il destino di chi diventò un fotografo riconosciuto, mentre i più sparivano. Quindi, nella formazione culturale, nelle vicende personali intrecciate agli eventi politici e nel volgere della fortuna troveremo risposta anche allo “strano caso del Fotografo dei Mille”.

Alessandro Angelo Maria, sesto figlio di Giuseppe Pavia e di Caterina, nasce il 12 settembre 1824, al civico teresiano 186 di Borgo San Pietro in Gessate. Il padre è un uomo maturo, ha sposato a trentasette anni la diciassettenne Caterina Caccianiga e la sua condizione fa pensare che negli anni della Repubblica Cisalpina e delle guerre napoleoniche sia stato tra i molti coscritti partiti dalle regioni italiane occupate dai francesi; tornato a Milano, ha fatto il cocchiere e si è poi sistemato come cameriere in una trattoria, trovando alloggio con la famiglia nello stesso edificio, che si affaccia su una piazzetta alberata dove col bel tempo si dispongono i tavoli. È la storica trattoria Pitagora, una delle tante dove i milanesi vanno non solo a mangiare e bere ma anche a discutere di politica e che costituiranno, insieme con i salotti e i caffè, l’incubatore dei fatti del ’48. Non solo: il nome della strada deriva dalla chiesa di un ex monastero, che l’imperatrice Maria Teresa d’Austria ha trasformato nell’orfanotrofio dei Martinitt, che ospita i ragazzi che saranno tra i protagonisti delle Cinque Giornate. Quando nasce Alessandro, Giuseppe ha da poco cambiato casa ed ha messo su una merceria al civico 186 di fronte alla chiesa, diventando mercante. Tra i suoi vicini c’è un ottoniere, uno dei molti di questo quartiere che saranno prigionieri politici e che probabilmente fabbrica anche strumenti musicali; nell’Istituto fervono corsi professionali, in particolare falegnameria e oreficeria, e vi sono ammessi anche orfani di un solo genitore, purché indigenti. Giuseppe e Caterina hanno in tutto quattordici figli e dopo la morte di lei, quando gli ultimi sono ancora piccoli, questi vi vengono accolti. La parrocchia del quartiere è la vicina Chiesa della Passione, d’antica tradizione musicale, dove s’insegna musica anche a giovani di famiglie bisognose e che nell’edificio del convento ospiterà l’attuale Conservatorio Giuseppe Verdi. I dettagli fin qui selezionati avranno un ruolo, come vedremo, nella vita di Alessandro.

Borgo San Pietro è parte del Corso che va verso Porta Tosa, “la più vicina al cuore della città”, come scrive Carlo Cattaneo nel suo resoconto del moto del ’48. Attraverso di essa, i prodotti della campagna, superata la Pesa Pubblica, raggiungono il vicino mercato del Verziere percorrendo lo stesso Corso in direzione del centro. Le radici di Alessandro sono in quella campagna poco fuori le mura, infatti Giuseppe è nato alla cascina Mancatutto; dei nonni non è documentato il mestiere, solo che, trasferitisi in città, hanno abitato con i figli non ancora sposati in un edificio di fronte alla Ca’ Granda, il futuro Ospedale Maggiore, dove a metà dell’800 sarà censita una farmacia. Questo dettaglio e alcuni parenti speziali, che manterranno per generazioni la farmacia di Locate, indicano che un nucleo di questa famiglia era formato ad attività scientifiche e artigiane in quelle materie, con la presenza di almeno due medici, e allo stesso tempo commerciava in prodotti delle cascine; un altro ramo contava agrimensori, funzionari e ingegneri. Giuseppe è di condizione modesta, come diversi altri, ma tutti i suo figli sanno leggere e scrivere; il periodo della sua prima giovinezza è caratterizzato dall’occupazione francese, con la soldataglia fuori controllo, dal colera e da frequenti carestie che non danno tregua anche dopo la restaurazione austriaca, quando nasce Alessandro. Certamente, è determinante, nei mestieri che Giuseppe fa quando mette su famiglia, l’antica tradizione della cascina d’origine appartenuta ai Barnabiti, che gestiscono ancora, nonostante le evizioni ecclesiastiche operate sin dal tempo di Maria Teresa e continuate con Napoleone, l'antichissimo ospedale di San Barnaba in Brolo. Nella cascina si produce, tra l’altro, vino per loro ma anche per le osterie dentro e fuori le mura.

Come la maggior parte dei lombardi nati in questo contesto, Alessandro manifesterà l’inclinazione all’impresa e all’organizzazione, un po’ per natura un po’ per retaggio dell’apprezzato rigore austriaco, ma anche l’attitudine qui molto coltivata al mutuo soccorso e alla filantropia e infine il fervore per l’ideale repubblicano che il padre ha vissuto intensamente e che pervade Milano.

Ad arricchire le qualità dei milanesi e l’economia del territorio, l’imprenditoria, in buona parte straniera, lavora di concerto con la ricerca scientifica. Tra le figure di imprenditori studiosi, la chimica ha un cultore in Antonio Kramer, che ha studiato a Parigi con Thénard e fonda, con Carlo Cattaneo tra gli altri, la SIAM, Società d’Incoraggiamento per le Arti e i Mestieri, scuola professionale per formare tecnici e operai. Tra il 1844 e il 1845, per iniziativa della Società, Kramer tiene lezioni serali gratuite di chimica aperte a tutti. È molto probabile che il 9 aprile 1845 anche Alessandro assista alla lezione in cui Kramer espone le proprietà dei metalli nobili e la tecnica dell’elettroforesi, applicata anche nell’oreficeria; si sofferma sul cloruro d'argento, che “si altera colorandosi a contatto con l'aria”, esponendo le scoperte di Daguerre. L’applicazione di questo fenomeno con il tramite delle tradizionali ottiche si sta diffondendo a Milano anche attraverso riviste straniere ed è chiamata lucigrafia: è praticata da pittori come Luigi Sacchi, che è anche editore e pubblica album, mentre ha un rappresentante molto attivo in Alessandro Duroni, che espone in pubblico le prime stampe di paesaggi, statiche e senza personaggi perché non s’è ancora trovato come fissare soggetti in movimento, e apre uno studio dove vende riviste, manuali, ottiche, meccaniche e prodotti chimici. Altri corsi di chimica finanziati da imprenditori, con precisi programmi di ricerca, si tengono presso la sede della SIAM e vi si iscrivono anche professionisti e commercianti come Carlo Erba, che ha da poco aperto il negozio di prodotti chimici e farmaceutici in via Fiori Oscuri, e l’orafo David Sanson Pavia, che non è parente dei nostri personaggi ma di famiglia israelita ed esule politico mantovano.

Nei censimenti Alessandro risulta mercante, ma un documento ci rivela un suo talento. Un paio di mesi dopo i gravi fatti del 5 settembre 1847, quando in piazza Duomo e per le strade la polizia a cavallo ha caricato la folla, uccidendo alcuni cittadini che manifestavano, inneggiando al papa che aveva scarcerato dei detenuti politici, viene arrestato un intagliatore sorpreso a cantare un inno sovversivo. Alessandro, che ha assistito all’arresto, si presenta al Commissariato per testimoniare a suo favore e nel verbale che viene redatto è definito “il mercante e suonatore di tromba Pavia”. Abbiamo conferma che, come alcuni dati relativi ai fratelli confermeranno, la musica, amata e praticata dai milanesi, lo era anche dalla famiglia Pavia. È possibile che un suonatore s’ingaggi a pagamento nei molti teatri, ma nel verbale di Polizia si insinua che anche Alessandro potrebbe far parte di un gruppo impegnato a comporre e diffondere canzoni di contenuto politico; le indagini successive non proveranno niente a suo carico, ma verrà nuovamente convocato e interrogato e resterà schedato.

Nel maggio del ’48, quando a Palermo la rivolta che s’è accesa è stata già repressa, Milano insorge. Alessandro ha ventiquattro anni, solo i suoi due fratelli più piccoli, Enrico e Mansueto, sono ancora nell’orfanotrofio e, secondo quanto si tramanda in famiglia ancora oggi, parteciperanno ai combattimenti con gli altri martinitt.

Presa di Porta Tosa, illustrazione di Edoardo Matania, da Storia del Risorgimento Italiano di Francesco Bertolini, F.lli Treves, Milano 1889.

Presa di Porta Tosa, illustrazione di Edoardo Matania, da Storia del Risorgimento Italiano di Francesco Bertolini, F.lli Treves, Milano 1889.

La storia delle Cinque Giornate è nota, come la battaglia finale intorno a Porta Tosa, che si trova a poca distanza dalla casa e dal negozio dei Pavia e cambierà nome in Porta Vittoria; ma anche fuori le mura, a Calvairate dove si trova la Mancatutto e dove s’inseguono gli austriaci in fuga e si piangeranno molti morti colpiti da cecchini o dalle granate che si abbattono sulle case. Il contributo di Alessandro non è documentato, solo citato nel suo necrologio su Il Caffaro di Genova e su La Lombardia a Milano, mentre nel 1886 il Comune di Milano gli conferirà una medaglia commemorativa destinata ai reduci di quella battaglia. Dopo la breve stagione del Governo Provvisorio, Carlo Alberto firma l’armistizio tra le proteste della popolazione e gli austriaci rientrano a Milano. Solo un uomo, sul campo, è riuscito a farli arretrare: Giuseppe Garibaldi, rientrato apposta dal Sud America. Anche Mazzini è stato presente agli scontri e i due si sono incontrati. Ora, moltissimi lombardi abbandonano il territorio tornato sotto l’Austria.

Il padre di Alessandro è morto già nel '45, la casa familiare, con il negozio e come tutto il quartiere, è stata distrutta dall’artiglieria che sparava dai vicini bastioni e i fratelli si sono trasferiti dentro la cerchia delle mura interne, in un’area culturalmente molto vivace tra San Carlo e il Verziere. Luigi sembra l’unico dei fratelli a proseguire nella stessa attività, ma muore nel ’51. Domenico, dopo la disfatta, s'arruola nell'esercito piemontese tra i volontari lombardi e partecipa alla campagna del '49, ma se anche Alessandro ha continuato a combattere ne troveremo solo un accenno nel necrologio, dove si dice che partecipò “a molte battaglie per l'Indipendenza”. Alcune delle sorelle si sono sposate e il maggiore dei fratelli, Giovanni, è professore di musica, con un’agenzia nel settore teatrale, e si è sposato. Tutti gli altri vanno a vivere insieme in Borgo San Vito al Pasquirolo 525, anche Domenico, quando rientra dopo la ferma di tre anni, come i più giovani Enrico e Mansueto quando lasciano i martinitt; Enrico in particolare, che forse è tra i ragazzi inquieti tenuti d’occhio dalla polizia, dimostra decisione perché quasi subito, a diciott’anni, è partito aderendo anche lui all’offerta di accoglienza del Governo Sardo in cambio di un arruolamento: entra nel corpo dei Cantonieri Pompieri di Genova. Delle sorelle, rimane Elisabetta, nubile e che li accudisce. Carlo, che è ispettore dei Regi Teatri, si sposerà presto con una levatrice che lavora in un grande ospedale. La nuova abitazione è vicina a luoghi e persone della cultura e dell'arte milanesi: proprio di fronte, c'è la sede del foglio culturale La Fama, con una Sala di Lettura e poi del Cosmorama Pittorico di Luigi Sacchi, al quale collaborano Carlo Tenca e Carlo Cattaneo.

San Vito al Pasquirolo, in un dipinto di Arturo Ferrari fotografato da Simone Magnolini.  La bottega che espone quadri all’esterno potrebbe essere la stessa dei Sacchi e/o quella di Maza, dato che i civici teresiani in uso al tempo erano una sequenza continua, che partiva dal palazzo reale, e si distinguevano con i nomi degli isolati. La strada dove si trovava il 525 cominciava lungo in fianco sinistro della chiesa e sboccava sulla Corsia dei Servi, dov’era il frequentatissimo Caffè dei Servi. Oggi, di tutto questo non esiste più niente.
San Vito al Pasquirolo, in un dipinto di Arturo Ferrari fotografato da Simone Magnolini. La bottega che espone quadri all’esterno potrebbe essere la stessa dei Sacchi e/o quella di Maza, dato che i civici teresiani in uso al tempo erano una sequenza continua, che partiva dal palazzo reale, e si distinguevano con i nomi degli isolati. La strada dove si trovava il 525 cominciava lungo in fianco sinistro della chiesa e sboccava sulla Corsia dei Servi, dov’era il frequentatissimo Caffè dei Servi. Oggi, di tutto questo non esiste più niente.

Alessandro è censito come orafo e nel registro parrocchiale delle anime è definito genericamente “chincagliere”; questo tipo di attività è esercitata da alcuni commercianti che diverranno fotografi, come vedremo. Inoltre, le distruzioni, i saccheggi e il dramma degli esuli hanno generato un florido commercio di oggetti e arredi, fra cui quadri con vari generi d’immagini. Piero Becchetti, nella paginetta che gli dedica, afferma che Alessandro, quando abiterà a Genova eserciterà “la professione di chimico fotografico” e, se mettiamo insieme questi indizi con i dati riportati prima, la sua figura giovanile appare quella di un mercante che tratta di tutto, s’impiega come musicista, ma intanto sperimenta novità. Spesso negli anni a venire, nel corso della lunga preparazione e promozione del suo più importante progetto, esprimerà entusiasmo e grandi aspettative, è quindi verosimile che a trent’anni si proietti verso un cambiamento, come gli altri giovani che vivono nello stesso tempo novità e delusioni politiche. Lì vicino, i fratelli Sacchi producono e pubblicano lucigrafie e commerciano in materiali per fotografi dilettanti; fra alcuni anni, nella stessa bottega si stabilirà il pittore e fotografo Emilio Maza; anche il prestigioso orafo Sanchioli ha aperto un negozio su questa strada. Non è da escludere che chi raccoglie casa per casa i dati per il censimento riporti per Alessandro un mestiere quanto più simile possibile a quello che gli vede fare, anche preparazioni a base di metalli preziosi. Queste infatti sono ricercate dai dilettanti per i dagherrotipi e richieste per la lucigrafia; sono noti parecchi casi di orafi diventati fotografi e fotografi chimici e tutti questi artigiani sono interessati al recupero dei metalli.

L’inquietudine politica infine deflagra nella rivolta del febbraio 1853, quando il Governo austriaco revoca la Costituzione concessa qualche anno prima. L’evento è decisivo nelle scelte dei milanesi che non sono partiti e che hanno sperato nel dialogo, contro le tesi di Mazzini che non crede nella transizione alla democrazia attraverso monarchie costituzionali e da Londra incita alla ribellione. In questo clima, mentre Milano assiste a sbrigative, crudeli esecuzioni, molti di quelli che non s’erano finora decisi se ne vanno, come Domenico di cui si perdono le tracce, mentre nel 1855 il Comune di Genova effettua il “richiamo dei documenti” di Alessandro. Arrivano a Genova anche Elisabetta e Mansueto con la fidanzata, ma intanto Enrico, congedatosi dai pompieri con il grado di caporale, si è arruolato come mulattiere al seguito dell’armata inglese nella guerra di Crimea. Cavour infatti, per accordi con gli inglesi, presta agli alleati forze militari limitate ma lascia che agenti senza scrupoli, sparsi in tutta Italia, reclutino bassa forza con la promessa di buone paghe; è facile immaginare quanto il denaro ottenuto in sei mesi di ferma può cambiare la vita di persone indigenti, di chi vuole emigrare e degli esuli, relegati ai margini di una società che mal sopporta le idee sovversive. Al Governo piemontese fa pure comodo che tali soggetti vengano allontanati o s’imbarchino per l’America o l’Australia e niente può fare escludere che i quattro fratelli intendano partire per il Nuovo Continente, con una delle molte navi che dalla città ligure imbarcano un numero crescente di italiani. Non si sa se Alessandro, Elisabetta e Mansueto siano stati a conoscenza dell’intenzione di Enrico di arruolarsi e se ora aspettano il suo ritorno con il gruzzolo utile per la nuova vita. Ma il destino prepara loro un’amara sorpresa.

La mattina del 15 dicembre 1855, Enrico, finita la ferma, è appena sbarcato a La Valletta e, con un gruppetto di commilitoni, va a fare un giro delle osterie per bere e spassarsela, prima di riprendere il viaggio di ritorno a Genova. Dopo diverse ore di bagordi, ubriaco e barcollante, sale su un calesse con due amici e tre piccoli violinisti ambulanti e chiede al cocchiere di condurli a un noto bordello. Il gruppo sfila per le strade del centro attirando l’attenzione, ma a un incrocio il cocchiere perde la pazienza perché Enrico gli ha sporcato il sedile e intima al gruppo di scendere. Ne nasce un alterco a cui si uniscono passanti, ragazzi e due militari inglesi che dileggiano gli italiani. Enrico brandisce un coltello a serramanico e, nell’inseguire uno degli ufficiali che fugge spaventato, lo pianta nel petto d’un ragazzo, che casualmente si viene a trovare tra i due, uccidendolo. Subito arrestato, viene processato e, nel febbraio del ’56 condannato a morte. Per una forte pressione dell’opinione pubblica e di giornali laici, che conducono da tempo una campagna per la riforma del Codice Penale e per l’abolizione della pena di morte, questo del giovane milanese si trasforma in un caso politico e il condannato ottiene la commutazione della pena capitale in ergastolo.

Malta, La Valletta: l’incrocio tra King’s Way e Britannia Street, dove è avvenuto l’omicidio, oggi.
Malta, La Valletta: l’incrocio tra King’s Way e Britannia Street, dove è avvenuto l’omicidio, oggi.

Nell’attesa, i tre fratelli rimasti a Genova si sono impiegati, grazie ai Comitati che aiutano gli esuli a trovare lavoro, che è una condizione per ottenere la carta di permanenza, ma da questo momento devono cambiare programma e si impegnano per fare graziare il fratello. Cambia tutto, trascorrono anni in cui di loro non si sa quasi nulla, se non gli indirizzi e il lavoro. Mansueto fa il commesso e Marietta, che ha sposato, la cucitrice; Elisabetta è domestica e Alessandro è commesso in una profumeria. Fino al 1857, anno del primo censimento genovese degli esuli, quando ha già trentatré anni, Alessandro non risulta ancora fotografo, ma deve essere osservato per i suoi precedenti, in quanto “…gli inquisiti e i sospetti i cui nomi ricorrono nelle carte di polizia degli stati assoluti hanno una collocazione ben precisa”, come afferma la studiosa genovese Bianca Montale.

Eppure, il giornalista Ferdinando Resasco, in un articolo sui primi fotografi di Genova, testimonia che Alessandro Pavia ebbe uno studio in Borgo Laneri, mentre “a Genova nel 1850 non esiste alcun laboratorio fotografico” oltre a quelli dei dagherrotipisti. Questo indirizzo può essere in Borgo Lanaioli, vicinissimo a Orti S. Andrea 29, dove Alessandro abita con Mansueto e Marietta.

Genova, il tratto a valle di Borgo Lanaioli chiamato via Madre di Dio, in una foto di fine ottocento precedente alla demolizione del quartiere, tratta da Viaggio Nei Caruggi di Riccardo Navone, ed. Fratelli Frilli. Si vedono le tipiche mansarde con terrazzi e altane dove i fotografi non ambulanti collocavano i loro setting. Sulla destra, la caserma dei pompieri.

Genova, il tratto a valle di Borgo Lanaioli chiamato via Madre di Dio, in una foto di fine ottocento precedente alla demolizione del quartiere, tratta da Viaggio Nei Caruggi di Riccardo Navone, ed. Fratelli Frilli. Si vedono le tipiche mansarde con terrazzi e altane dove i fotografi non ambulanti collocavano i loro setting. Sulla destra, la caserma dei pompieri.

Dall’estate del 1857, Alessandro è censito come profumiere in Vico Vigne alla Posta Vecchia 7, strada stretta e buia, dove forse è ospitato dal suo datore di lavoro, anche perché adiacente a via Luccoli, dove si trovano le botteghe più ricche e molte profumerie. È infatti un primo piano privo di luce e forse, nel tempo libero, esegue ritratti sul terrazzo della mansarda di Borgo Laneri, che è all’ultimo piano: infatti, una nota aggiunta nello stesso censimento precisa “indi fotografo”, ma ciò avviene dopo il 1858, anno in cui si conclude il censimento degli emigrati, mentre in parrocchia, ancora nel 1859, è confermato profumiere in vico Vigne. Il Borgo, invece, è un quartiere popolare, coerente con il carattere di Alessandro che si dedicherà a ritrarre gente comune, una delle ragioni che, alienandogli i favori della borghesia, saranno all’origine del suo insuccesso. Come altri, potrebbe lavorare, con una macchina da piede, anche come ambulante, aiutato da Mansueto nello sviluppo e nella stampa, con clienti tra gli esuli, i patrioti e tra coloro che stanno per partire con un bastimento per l’America.

Dal 1854, esiste il brevetto di Eugène Disderi e tutti i fotografi ora assemblano le loro camere oscure per lastre a più pose, che per economia vengono riutilizzate, dopo la consegna delle stampe ordinate dal cliente, dopo averle pulite con acido solforico e bicromato di potassio. Questo spiega perché, se in questi anni fotografa personaggi e futuri garibaldini, Alessandro dovrà procurarsene altre immagini, dato che al momento il progetto dell'Album non esiste.

Nel 1858 nasce Marcellina, figlia di Mansueto e Marietta, e dopo qualche anno la famigliola trasloca in un’abitazione più confortevole e centrale, vicina all’alloggio di Alessandro, nel Sestriere Maddalena. Il padre di Marietta è procugino di Ambrogio Ratti, nonno di Achille, che diventerà Papa Pio XI, quando tutti i nostri personaggi saranno morti da tempo.

È significativo che nel 1860 Alessandro non si trovi a nessuno di questi indirizzi: l’alloggio di Vico Vigne risulta chiuso e l’anno dopo la parrocchia di Santa Maria delle Vigne lo registra in Contrada de Franchi e, per la prima volta, come “fottografo (sic)”, a trentasette anni. Unica testimonianza del suo nuovo lavoro è al momento il verso della riproduzione di un dipinto del pittore savonese Giuseppe Frascheri, la sua stampa più antica conosciuta, con un nuovo indirizzo, uno studio fotografico al terzo piano di Banchi Vico del Santo Sepolcro 6. È già un uomo maturo e finora ha fatto il mercante o l’impiegato nel settore commerciale, mentre la sua attività a Milano era la stessa del suo concittadino Antonio Mangiagalli, che qui a Genova è negoziante di arredi e di fotografie e diventerà fotografo, un caso di “chincagliere”. Le riproduzioni di opere figurative o di paesaggi rientrano in una possibile attività artigianale di Alessandro, ma questo recapito è di breve durata: nel 1862 è chiuso e nel 1863 è occupato da un fotografo anonimo, avvalorando l’ipotesi che vi lavorassero artigiani in società o che lo studio, con le sue attrezzature, fosse affittato per brevi periodi da persone diverse.

Nei primi di febbraio del 1860, Mansueto è stato arruolato di leva nell’esercito sabaudo. Garibaldi e Mazzini, che è ricercato, hanno intensificato i preparativi per un’azione e si diffonde la chiamata di volontari da tutta Italia, mentre alcuni armatori e capitani marittimi si mettono segretamente a disposizione. La partenza da Quarto avviene al coincidere di vari e fortunosi eventi, incerta fino all’ultimo e da molti giudicata suicida, sull’esempio del recente disastro di Pisacane. Ma dopo il successo dello sbarco tutto cambia, Garibaldi assurge a mito e una valanga di volontari si riversa in Sicilia. In queste condizioni, vascelli d’ogni genere sono presi d’assalto, i prezzi diventano variamente trattabili e i Comitati per gli esuli, che sono sempre stati centri politici, aiutano chi vuole partire. Il momento coincide con l'approssimarsi della scadenza alla quale, erroneamente, i fratelli sperano di ottenere la grazia per Enrico e l’assenza di Alessandro, sulla base della registrazione negli alloggi, permette di ipotizzare che sia partito anche lui. Così affermano, ma senza alcun riscontro documentario, diversi autori. In particolare, può avere trovato un passaggio con i volontari in partenza per la Sicilia, portando una macchina da piede per cogliere immagini da vendere e con l’intento di raggiungere Malta, dove sono diretti i navigli che dalla Sicilia portano i borbonici in fuga. Qui, può raccogliere pareri e documenti per la domanda di grazia, riabbracciare il fratello dandogli speranza e prospettandogli l'affare dei ritratti, che si sta prospettando in una Genova affollata di patrioti e di emigranti. Coerentemente con questa sequenza, alla fine del 1861 si avvia effettivamente il carteggio tra le autorità maltesi, inglesi ed italiane che riferisce dell’interessamento dei parenti di Enrico e di una loro supplica. Questa, firmata da Alessandro e Mansueto, fallisce nei primi mesi dell’anno successivo. Poco dopo, in agosto, mentre lo studio di Santo Sepolcro risulta chiuso, un evento storico determinante, il fatto d’Aspromonte, vede tra i testimoni diretti Mansueto, che per un ulteriore scherzo del destino partecipa alla battaglia nelle file della Brigata Aosta. Poco dopo, Alessandro apre lo studio di Piazza Valoria 4, forse anche con il denaro raccolto vendendo lastre realizzate a Palermo ad agenti di editori e giornali e con i primi ritratti di Garibaldi, che in parte documentano il ferimento del Generale, la sua prigionia e il ritiro doloroso a Caprera. Lo stesso fotografo fisserà, con propri autografi, l’avvio della raccolta dei ritratti dei Mille in questa fine del 1862, confermato anche dalle Guide di Genova, molto coinvolto nell’appoggio al Generale e nella causa dell’Unità.

- CONTINUA -

Alessandro Pavia, l’uomo che volle farsi fotografo. Parte 1 di 4.
Parte 2 di 4 (di prossima pubblicazione)
Parte 3 di 4 (di prossima pubblicazione)
Parte 4 di 4 (di prossima pubblicazione)

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