© 2000 by Gabriele Chiesa
[IMMAGINI ANCORA DA INSERIRE]

L'uomo, quando osserva la propria immagine riflessa nello specchio, può concedersi una serie infinita di considerazioni sulle fattezze che la lastra riflette; banali o metafisici che siano questi pensieri due sono le figure che in quel momento contempliamo sovrapposte: quella oggettiva che I raggi di luce disegnano sulla retina e quella immaginaria che la mente, col passar degli anni, ha registrato come autenticamente nostra.

la rappresentazione incorporea può prevalere o meno su quella reale, certo è che spesso le due non coincidono.
Dichiarare di piacersi in una fotografia significa riconoscere come accettabile lo scarto tra la fisionomia che crediamo di avere e quella che la stampa dimostra. L'autentlcita di ogni raffigurazione del nostro volto rimane così subordinata al piú soggettivo dei giudizi.

Eppure mai nessuna immagine come quella fotografica (specchio dotato di memoria) ha così fermamente preteso di essere vera rappresentazione degli oggetti e delle persone. Dove una maggior oggettività nel ritratto frontale e laterale gratuitamente eseguito dalle polizie di tutto il mondo per una consistente schiera di clienti?

È cosi che, forti dei collaudati luoghi comuni sull'obbiettlvità fotograflca, un gran numero di persone si reca con fiducia da un robot che automaticamente esegue riprese e stampe richiedendo in cambio un limitato impegno di tempo e denaro. Questa macchina, il box ormai presente in tutte le stazioni ferroviarie, è costruita in modo da resistere ai vandali e agli incendi, flash e obiettivo sono protetti da speciali cristalli, i comandi manuali sono aboliti e tutte le operazioni programmate in modo da fornire risultati standardizzati a prova di scemo.

In concluslone l'assenza di ogni intervento umano, garanzia di un'asettica riproduzione del reale, porta proprio al tipo di effige nella quale, non di rado, rifiuteremo di riconoscerci pienamente.

In passato, quando ancora non era possibile produrre in proprio immagini autocelebrative, era diffuso il gusto di farsi riprendere, anche una sola volta nella vita, da un fotografo che fosse in grado di fabbricare la miglior rappresentazione possibile delle persone che gli si rivolgevano.

Tutti i buoni sentimenti, la nobiltà dello sguardo, la posa dignitosa, dovevano, quale che fosse la posizione sociale dei clienti, illustrare perpetuamente l'immagine positiva dei committenti. Oggi il consumo e lo spreco ieonico riempiono i nostri eassetti di buste di seadenti stampe a eolori, buone per ricordare una gita ma vergognose da appendere, perchè no, ad un muro. Perchè non tornare a concedersi il piacere di un vero ritratto, qualcosa da mostrare con orgoglio e conservare gelosamente negli anni?

L'opera di Franco Piazza, la cui prematura morte ci ha in questi giorni colpito [N.d.R.: questo articolo risale agli Anni Ottanta], si inserisce in quella schiera di fotografi che credono nella raffinata manualità che un tempo era propria degli artisti incisori Le immagini che Franco ci ha lasciato, tecnicamente perfette nell'uso di una delle piú antiche tecniche quale il viraggio, ne sono l'esatta testimonianza e forse come poche altre ci restituiscono l'esatta dimensione di un ritratto a misura d'uomo.

© 2000 by Gabriele Chiesa
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