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Processi fotografici antichi

© 2000 by Gabriele Chiesa
[IMMAGINI ANCORA DA INSERIRE]

La fotoglifia rappresenta un momento della storia della produzione iconografica. Nasce dall'esigenza di giungere a produrre immagini stabili che possono essere utilizzate come illustrazioni.

La fotoglifia in senso stretto nasce precisamente il 22 ottobre 1858, annunciata da Talbot attraverso un articolo del "The Photographic News". William Henry Fox Talbot è conosciuto universalmente come uno dei padri della fotografia. Inventore della tecnica calotipica e, in collaborazione con Sir John F. W. Herschel, della fotografia ottico chimica contemporanea, con i fondamentali processi di fissaggio e di trattamento negativo- positivo.

Egli si era già cimentato nella soluzione dei problemi correlati a produzioni quantitativamente apprezzabili di stampe fotografiche. Aveva addirittura intrapreso la pubblicazione di libri illustrati fino dal 1844 con "The Pencil of Nature". Aveva però dovuto impiegare sei dipendenti per più di un mese, per riuscire a stampare solo un migliaio di copie del libro.

L'aspirazione era quella di giungere a una tecnologia che permettesse una produzione commercialmente interessante, anche se non propriamente industriale in senso esteso. La tecnica fotoglifica si fonda sulla proprietà del bicromato di potassio di divenire insolubile se esposto alla luce.

Ecco in dettaglio il processo originario di Talbot.
La gelatina sensibile di bicromato di potassio veniva stesa su di una lastra di rame. L'impressione fotografica veniva ottenuta con un positivo trasparente posto a contatto. Dopo l'esposizione, e senza procedere alla soluzione della gelatina solubile, si cosparge della gomma coppale sulla lastra, in modo da ottenere una granitura da acquatinta. La polvere di coppale va fatta fondere ed aderire alla superficie. La lastra va poi incisa con una soluzione di cloruro ferrico. La soluzione ferrica penetra in relazione alla densità incontrata e si ottiene così una sorta di lastra da stampa ad intaglio, coperta da piccolissimi incavi di profondità differenziata. Questa matrice viene utilizzata per la stampa ad inchiostro.

La qualità dei risultati di questa tecnica è piuttosto limitata ed è caratterizzata da una evidente disuniformità in zone di luminosità equivalente. Questa ed altre caratteristiche conducono a supporre che le stampe "photoglyphe" in possesso del Museo Ken Dami non siano esattamente propriamente delle fotoglifie.

Il termine fotoglifia è stato infatti spesso utilizzato in senso lato per riferirsi a tutti quei procedimenti di stampa in serie non strettamente fotografici che hanno preceduto la fotoincisione. La fotocalcografia, la collotipia e le loro variazioni sono per molti versi simili alla fotoglifia e con questa sono spesso stati confusi. Le stampe del Museo Ken Damy mostrano invece caratteristiche proprie della woodburytipia (1864, dal nome dell'inventore Walter B. Woodbury). Questa tecnica non mostra infatti né grana né retino e risulta sorprendentemente simile a una stampa all'argento. Sul supporto viene trasferita una gelatina pigmentata. La curva tonale caratteristica della gelatina bicromata fornisce un'accurata e progressiva traduzione della scala delle densità, per cui le ombre risultano profonde ma trasparenti e modulate. Tuttavia non si conoscono woodburytipie di dimensioni superiori al 25x35 cm, a causa della pressione necessaria per l'impressione (la misura normale è 19,5x22,5).
Le stampe eseguite in woodburytipia appaiono su un supporto di carta sottile di comune uso fotografico, montata su cartoncino, ritagliate sui bordi (come si faceva appunto per eliminare le sbavature della pressa) e sembrano calandrate.

Di questo procedimento si ebbe grande ricchezza di variazioni : fotoglifia, fotoplastografia e stampa fotoglittica. Il termine "photoglyphe" venne usato frequentemente per sfuggire al versamento di particolari diritti di brevetto.

La stampa fotoglittica, come pure la woodburytipia erano più costose delle stampe ad inchiostro perché utilizzavano la gelatina fotografica (anche se unita a pigmenti e non direttamente impiegata per caratteristiche di fotosensibilità). Il primo in Francia a rilevare il brevetto di Woodbury fu l'editore Goupil, che lavorò ad Asnières dal 1870. Egli dichiarò comunque, come testimonia il giornalista Gastone Tissandier, di lavorare in fotoglifia; lo stesso giornalista parla di una produzione settimanale di 10.000 stampe.

La fotoglifia, per quanto apparentemente simile alla fotografia propriamente detta, rimane un metodo fotoindustriale a produzione limitata e storicamente antecedente alla tradizionale fotoincisione.

© 2000 by Gabriele Chiesa
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